Monte Pellegrino prima e dopo Santa Rosalia: la lunga storia di un luogo sacro
C'è una storia di Monte Pellegrino che comincia molto prima del grande Santuario, prima del Festino, prima della peste del 1624 e persino prima che la figura di Santa Rosalia diventasse inseparabile dalla città di Palermo: è la storia di un luogo che per secoli ha custodito una particolare vocazione al sacro. Oggi, per i palermitani, dire Monte Pellegrino significa dire Santa Rosalia. La grotta, il Santuario, l'acchianata e la memoria della Santuzza sono ormai un tutt'uno. Eppure, quando Rosalia arrivò sul monte, non arrivò in un luogo privo di storia religiosa: vi trovò una tradizione cristiana già presente e un ambiente che, per la sua stessa conformazione, aveva tutte le caratteristiche per diventare uno spazio privilegiato di preghiera, pellegrinaggio ed eremitaggio. È proprio questa stratificazione, fatta di culti che si sovrappongono e si intrecciano nel tempo, a rendere Monte Pellegrino così affascinante.
Le ricerche archeologiche hanno
cercato di ricostruire la storia più antica della grotta e dell'area
circostante, avanzando anche l'ipotesi di frequentazioni cultuali di età punica
e di successive trasformazioni cristiane. Vi è però un dato che permette di
guardare molto indietro nella storia del luogo: già in epoca bizantina, nel
VII secolo, nell'area della grotta era presente il culto della Madonna. Le
tracce di questa presenza cristiana antica fanno dunque della grotta un luogo
di devozione ben precedente all'arrivo di Rosalia, e proprio per questo la
vicenda della Santa acquista, se letta in questa luce, un significato
particolare.
Rosalia, infatti, non avrebbe
scelto una semplice grotta per ritirarsi dal mondo. Secondo la tradizione, dopo
il primo eremitaggio sulla Quisquina raggiunse Monte Pellegrino e andò ad
abitare proprio in quel luogo, scegliendo come dimora un'antica chiesa
costruita addossata alla roccia. Qui trascorse la vita nella preghiera, nella
contemplazione, nella lettura della Parola di Dio e nel lavoro manuale,
accogliendo anche coloro che salivano dalla città per raccomandarsi alle sue
preghiere: la sua presenza avrebbe così dato nuova forma a una sacralità già
esistente.
Rosalia e il laurito
L'esperienza di Rosalia sul Monte Pellegrino va letta anche alla luce della tradizione eremitica di matrice orientale. La Santa non si limita a vivere nella solitudine della grotta: attorno al luogo della sua esperienza spirituale si sviluppa infatti una forma di insediamento eremitico che può essere ricondotta al modello del laurito, cioè una comunità di eremiti raccolti attorno a un luogo di culto. È un elemento importante, perché avvicina la storia della Santuzza alla tradizione monastica bizantina che per secoli caratterizzò la Sicilia, e apre anche una suggestione legata alla toponomastica: il nome Addaura (ad-laura) è stato messo in relazione con il termine laura, cioè con il luogo dell'insediamento eremitico, quasi che nella geografia del Monte Pellegrino fosse rimasta la memoria linguistica di quell'antica esperienza.
La cosa forse più sorprendente è che la devozione a Santa Rosalia sul monte è molto più antica del Seicento. Un documento storico ricorda che già nel 1180, appena pochi anni dopo la morte tradizionalmente collocata nel 1170, i Giurati di Palermo fecero costruire una cappella dedicata a Santa Rosalia nei pressi dell'attuale grotta-santuario. Non è un dettaglio da poco: una cappella significa che la memoria della Santa non era rimasta confinata all'esperienza individuale dell'eremita, ma era già diventata devozione pubblica. E la devozione, da quel momento, non fece che continuare e consolidarsi. Il suo nome, del resto, era ormai entrato stabilmente nella preghiera dei palermitani: già in un libro di preghiere del 1343 il nome di Santa Rosalia veniva invocato, segno che il suo culto aveva ormai una propria liturgia consolidata, ben oltre la devozione locale legata al solo luogo dell'eremitaggio. Nello stesso secolo, i documenti attestano già l'acchianata a Santa Rosalia, praticata nella Domenica dell'Ascensione: una testimonianza preziosa, perché dimostra che il pellegrinaggio verso il luogo della Santa era già entrato nella ritualità religiosa palermitana secoli prima della grande trasformazione del Santuario.
L'acchianata, dunque, non nasce
nel Seicento. La salita verso la grotta appartiene a una memoria medievale
molto più profonda e conserva, nella forma del pellegrinaggio verso la montagna
e il luogo sacro, tracce di una ritualità che richiama la tradizione
cristiana bizantina. Non è possibile dimostrare una continuità assoluta e
ininterrotta del rito attraverso i secoli, ma è significativo che gli stessi
elementi — la montagna, la grotta, l'eremitaggio, il pellegrinaggio e la
preghiera — ricompaiano costantemente nella storia del luogo.
E c'è un altro documento che, da solo, ridimensiona non poco la data del 1624: un atto del 1292, oggi conservato a Barcellona nell'Archivio della Corona d'Aragona, con cui re Giacomo d'Aragona concede al tesoriere Pietruccio Tagliavia alcuni benefici ecclesiastici, tra cui uno legato a un beneficio intitolato a Santa Rosalia e a San Giovanni dei Lebbrosi nella cattedrale di Palermo. Significa che, già alla fine del Duecento, esisteva in Cattedrale — non solo sulla grotta del monte — un culto strutturato della Santa, con tanto di rendite e di un ufficio religioso dedicato: la presenza di Rosalia in Cattedrale, insomma, non comincia con la traslazione delle reliquie nel Seicento, ma la precede di oltre trecento anni.
Un altro dettaglio restituisce con straordinaria concretezza l'immagine della devozione medievale: i documenti del XV secolo testimoniano la presenza, nella grotta, di una lampada sempre accesa. Quella piccola luce dice moltissimo. Significa che la grotta non era un luogo abbandonato, né soltanto un ricordo lontano della Santa: c'era qualcuno che la custodiva e manteneva viva la devozione, e quella fiamma che continuava a bruciare rappresentava fisicamente la continuità del culto. Proprio nel XV secolo troviamo un'altra testimonianza significativa: nel 1474, durante una pestilenza, il Senato di Palermo decise di intervenire per restaurare la chiesa di Santa Rosalia sul Monte Pellegrino, ormai diruta. Il dato è straordinario, perché anticipa di circa un secolo e mezzo gli eventi del 1624: Santa Rosalia era già invocata in occasione di una pestilenza. Questo significa che il rapporto tra la Santa e la protezione della città dal morbo, destinato a diventare centrale nel Seicento, possedeva radici precedenti alla scoperta delle reliquie.
Il 1624 non crea la
Santuzza: la consacra a Patrona
Quando nel 1624 vengono
ritrovati nella grotta i resti di Santa Rosalia, la storia cambia radicalmente.
Palermo è devastata dalla peste, e la tradizione attribuisce all'intercessione
della Santa la cessazione del morbo. il 27 luglio 1624 Rosalia viene proclamata Patrona
della città e Monte Pellegrino diventa il centro di una devozione senza
precedenti: da quel momento la grotta cambia volto.
Il luogo dell'eremita diventa
Santuario, la devozione medievale diventa culto cittadino, la memoria della
Santa viene monumentalizzata e il monte viene progressivamente trasformato
nell'immagine che conosciamo oggi. Quella devozione, fino ad allora agreste e
vissuta fuori le mura della città, diventa così devozione urbana: la città sale
sul monte e la Santa viene portata in città. Le reliquie trovano posto proprio
in quella cattedrale che, come si è visto, la accoglieva già da secoli almeno
nel nome di una sua cappella; e nonostante le ossa non siano più nella grotta,
ma custodite lì, la memoria del sepolcro sul monte resta viva nel cuore dei
devoti, probabilmente perché ancor più radicata delle feste di luglio.
Un documento sottolinea infatti
che le grandi trasformazioni della grotta iniziano dal 1625 e, in particolare,
dal 1626, mentre le testimonianze della presenza del culto sul Monte Pellegrino
risalgono a più di quattro secoli prima. Il Seicento, dunque, non rappresenta
l'inizio della storia: rappresenta la sua esplosione.
Una storia scritta
nella roccia
Forse è proprio questo il modo più interessante per leggere Monte Pellegrino: non come un luogo nel quale un culto ne sostituisce semplicemente un altro, ma come uno spazio nel quale, nel corso dei secoli, la sacralità viene continuamente reinterpretata. Prima la natura della montagna — la roccia, la grotta, l'acqua, la solitudine. Poi la presenza cristiana e il culto della Madonna, già in epoca bizantina. Poi l'esperienza degli eremiti e quella straordinaria figura di Rosalia, che sceglie la grotta come propria dimora e vi crea il suo mondo spirituale. Poi la cappella medievale, i pellegrini, l'acchianata, la lampada sempre accesa. Infine, il ritrovamento delle reliquie e il grande culto seicentesco.
Sono strati diversi, che non
possono essere confusi tra loro, ma che insieme raccontano la storia di un
luogo rimasto per secoli al centro della devozione. E c'è un'immagine che forse
più di tutte riassume questa continuità: la salita. Nel XIV secolo i
fedeli salivano già al Monte Pellegrino per Santa Rosalia nella domenica
dell'Ascensione. Secoli dopo, altri fedeli avrebbero continuato a salire verso
la stessa grotta, con altri voti, altre preghiere, altre speranze. La montagna
è rimasta, la grotta è rimasta, e la devozione ha cambiato forma, ma non ha mai
smesso di salire.
La Santuzza e il monte
È quindi riduttivo dire semplicemente che Santa Rosalia ha reso sacro Monte Pellegrino: la storia sembra raccontare qualcosa di più complesso. Rosalia entra in un luogo che aveva già una storia sacra, vi stabilisce la propria esperienza eremitica e diventa progressivamente il fulcro di una devozione destinata a durare nei secoli. È questa lunga stratificazione a spiegare, forse, la forza particolare della Santuzza. Il Santuario che oggi vediamo è barocco, la grande festa è seicentesca, e l'immagine di Rosalia come Patrona di Palermo appartiene soprattutto alla storia della peste e del XVII secolo. Ma la devozione alla Santa non è, in origine, una devozione barocca: nasce secoli prima, nella preghiera silenziosa dei pellegrini medievali, ben lontana dai carri, dai fuochi d'artificio e dagli spettacoli. Ed è forse proprio per questo che il suo culto trova la sua espressione più autentica nell'acchianata: nella salita a piedi verso la grotta, lontana dalla scenografia della festa, si ritrova il gesto più antico che i palermitani abbiano mai tributato alla Santa.
Sotto tutto questo c'è dunque
una storia più antica. C'è una grotta che aveva già conosciuto la preghiera.
C'è una montagna che aveva già conosciuto i pellegrini. C'è una luce che, nel
Medioevo, continuava a bruciare. E c'è una donna che, scegliendo quella roccia
come propria dimora, finì per legare per sempre il proprio nome alla montagna.
Per questo Monte Pellegrino non
è semplicemente il monte di Santa Rosalia. È il luogo nel quale una
lunga storia di sacralità ha trovato nella Santuzza la sua espressione più
potente. E ogni volta che un palermitano acchiana, quella storia
ricomincia.
F.S.
Commenti
Posta un commento