Santa Rosalia: la ragazza che sparì su una montagna e salvò una città
Chi era davvero Rosalia? E quanto della sua storia possiamo dire vero, con il rigore che merita chi vuole raccontarla senza tradirla?
Una ragazza che dice no
La tradizione la vuole discendente di una stirpe altolocata, imparentata — secondo i racconti più antichi — con la casa reale normanna e, ancora più indietro nel tempo, con la dinastia di Carlo Magno. Suo padre, il conte Sinibaldo, le avrebbe imposto intorno ai tredici o quindici anni un matrimonio politico con il conte Baldovino, come ricompensa per un favore reso al sovrano. Rosalia rifiuta. Sceglie invece la vita religiosa, abbandona la casa paterna e si allontana dal mondo che le era stato preparato.
La prima tappa di questo allontanamento sarebbe una grotta nella zona della Quisquina, tra Bivona e Santo Stefano di Quisquina, non lontano da Agrigento: un territorio che, secondo la tradizione, apparteneva proprio alla sua famiglia. Qui avrebbe vissuto da eremita per circa dodici anni, prima di tornare per breve tempo a Palermo e poi ritirarsi definitivamente in una grotta del Monte Pellegrino, dove sarebbe rimasta per altri otto anni, fino alla morte, il 4 settembre — una data che la tradizione liturgica palermitana ha sempre osservato come giorno della sua "nascita al cielo".
Va detto con onestà: una biografia dettagliata e certa di Rosalia non esiste. Le fonti più antiche sono scarne. Il suo culto lontano dal centro cittadino si diffondeva solo oralmente e, probabilmente, la sua appartenenza ad una corrente religiosa bizantina non le ha giovato molto, soprattutto dopo l’affermazione della chiesa romana nel territorio siciliano. Infatti, si tentò di cancellare i culti cristiani di matrice orientale per affermare anche a livello popolare il potere della Chiesa di Roma. Rosalia fu certamente una consacrata, come era tipico nell’ambito religioso greco, di cui la Sicilia era fortemente contaminata.
Il gesuita Ottavio Gaetani, che nel 1617 le dedica un breve profilo, si limita a poche righe: una vergine di nobile stirpe, vicina alla famiglia reale, che si ritira in una grotta del Pellegrino e muore lontana da ogni consesso umano. Il resto — la genealogia carolingia, i dettagli familiari, — è in gran parte una costruzione successiva, frutto di tradizioni orali ed elaborata soprattutto nel Seicento.
Un culto molto più antico di quanto si creda
Qui la storia riserva una sorpresa a chi pensa che Rosalia sia "nata" nel 1624. In realtà le tracce documentarie della sua venerazione risalgono a molto prima. Già nel 1196 un diploma imperiale intestato a Federico II, redatto durante la reggenza di Costanza d'Altavilla, menzionava un terreno chiamato "Sancta Rosalea" vicino a Capo Rizzuto, in Calabria. Nello stesso anno un abate cistercense chiede la protezione papale su un possedimento che porta lo stesso nome. Tra il 1269 e il 1275 esistono già testimonianze di un culto strutturato. Nel 1292, negli archivi della corona d'Aragona, si parla di un ricco altare a lei dedicato nella Cattedrale di Palermo. Un'antica tavola siculo-bizantina del Duecento, oggi conservata al Museo Diocesano, la raffigurazione insieme ad altre sante in abiti basiliani.
Insomma: quando nel 1624 tutto sembrerà "iniziare", Rosalia era già venerata da secoli, sia pure in modo circoscritto. Quello che accadrà quell'anno non sarà la nascita di un culto, ma la sua esplosione su scala cittadina.
La peste, i sogni e un cranio ritrovato nel buio
Nel 1624 Palermo è una città che si crede al riparo, e invece non lo è. La peste, arrivata insieme alla Guerra dei Trent'anni che sta devastando l'Europa, si diffonde a partire da un carico infetto sbarcato a Trapani. In città il contagio dilaga da un vicolo nei pressi della Kalsa: secondo le tempi dell'epoca, tra il giugno 1624 e il giugno 1625 la peste ucciderà circa trentamila persone. I lazzaretti, allestiti in fretta e furia in chiese e conventi, straboccano di malati. Chi può, fugge — persino il celebre pittore fiammingo Antoon van Dyck, che proprio in quei giorni lascia la città, ma non prima di lasciarci diversi ritratti della futura Santuzza.
In questo clima di terrore, alcuni frati eremiti riprendono una ricerca già tentata in passato: quella del corpo di Rosalia, che secondo la tradizione orale riposava da qualche parte sul Monte Pellegrino. Le fonti dell'epoca raccontano di apparizioni: una donna di Ciminna, Girolama la Gattuta, in punto di morte avrebbe visto in sogno una monaca vestita di bianco che le indicava la via della guarigione e del voto verso il Pellegrino. Guarita, sale sul monte e lì — sempre secondo la sua testimonianza raccolta dai periti dell'epoca — riceve indicazioni precise sul luogo dove scavare.
Il 15 luglio 1624, proprio nel giorno in cui sul monte vengono ritrovate le ossa, in città si sta svolgendo una processione con le reliquie di altre sante patrone. Un sacerdote, quasi per un impulso improvviso e non concordato, invita i fedeli a invocare anche "santa Rosolea nostra panormita" — un'invocazione che, a suo dire, non era mai stata pronunciata prima in quella forma. Il caso, o la coincidenza, colpisce profondamente i cronisti dell'epoca.
Le ossa vengono ricoperte da una concrezione calcarea che le ha, di fatto, "fossilizzate" — un fenomeno più unico che raro nella storia delle reliquie cristiane. Una commissione medica, guidata dal protomedico del regno Giuseppe Pizzuto, esamina i resti tra il febbraio e il marzo successivi e li dichiara appartenenti a un unico corpo, di corporatura ordinaria, "più di donna che di uomo". Nel 1987 furono analizzate confermato l’appartenenza ad un unico individuo di sesso femminile.
Ogni anno, quando il carro trionfale con la sua statua attraversa il centro storico tra migliaia di persone e l’indomani con la processione, ripete lo stesso gesto compiuto nel 1625: portare in mezzo alla città, metro per metro, per farle vedere tutto ciò che ancora non va, la stessa donna che otto secoli fa scelse il silenzio di una grotta — e che, secondo la tradizione, da lì non ha mai davvero iniziato di ascoltare i suoi concittadini.
Fonti storiche: diplomi imperiali e documenti d'archivio (secc. XII-XIV), testimonianze processuali raccolte dai medici del Regno di Sicilia nel 1624-25, l'opera di Ottavio Gaetani "De vitae sanctorum siculorum" (1617) e gli scritti del gesuita Giordano Cascini, testimone diretto degli eventi del Seicento.

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